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Saverio D’Andrea: “Sulla mia carta d’identità c’è scritto insegnante ma sono un sacco di altre cose”

Saverio D’Andrea è un cantautore, compositore, polistrumentista, linguista. La sua esperienza pluridecennale nella scrittura di testi, anche in lingue diverse dall’italiano (come l’inglese e lo spagnolo), nella composizione di brani di musica leggera si arricchisce costantemente attraverso diverse collaborazioni, stage e seminari con esperti del settore come Riccardo Sinigallia, Enrico Pieranunzi, Francesco Gazzé, Andrea Rodini, Bugo, Pier Cortese, Mogol, Giuseppe Anastasi, Francesco Bianconi, Fausto Donato. Ha lavorato e lavora come compositore di musiche per progetti teatrali e televisivi, di musiche per mostre internazionali d’arte contemporanea e per lavori discografici di giovani interpreti. Alcuni tra i grandi riconoscimenti è la vittoria del Premio Mia Martini 2013 come autore del brano Il tuo respiro interpretato dall’artista Rosa Chiodo e la partecipazione come autore alla finale del Festival della canzone italiana a New York 2014 con il brano “Conosco un posto”. Agli inizi di febbraio è uscito il videoclip ufficiale di Tua culpa, nuovo singolo di Saverio D’Andrea. Il brano è la fotografia di un momento di crisi, è un grido di aiuto e di liberazione allo stesso tempo. La voglia di ricomporre i pezzi di un puzzle che si è distrutto, il desiderio di rivendicarsi e di rimettere in ordine le proprie priorità e desideri, la follia nel non capirsi e ignorare la verità per poi trovarsela a bussare alla propria porta si accatastano come pezzi di un jenga e costruiscono la canzone.

Cantautore, compositore, polistrumentista, linguista: ma cosa c’è scritto sulla tua carta d’identità? Cosa ti rappresenta di più se dovessi sceglierne solo uno?
Sulla mia carta d’identità c’è scritto insegnante, ma sono un sacco di altre cose. Spesso troppe. Sono abbastanza allergico alle etichette, così come alle definizioni. Mi piace sempre raccontarmi e lasciarmi definire dalle cose che amo. Se dovessi però scegliere una sola parola da far incidere sulla targa fuori la porta probabilmente penserei alla parola “autore”. Mi sento rappresentato da questa parola perché credo che l’aspetto più importante del mio modo di fare musica sia la scrittura. È anche quello in cui mi piace più sperimentare e per cui sono in continua fase di ricerca. La scrittura mi libera e mi migliora. Non si tratta di qualcosa che faccio ma di qualcosa che sono. È un vaso che trabocca e la cui essenza cola capillarmente in tutti gli ambiti della mia vita. Non funziono bene come essere umano se non scrivo. È sia il sintomo di una creatività in continuo movimento che la cura per un’anima in perenne subbuglio.

Vuoi parlarci della genesi del brano Tua culpa ed anche del videoclip?
Tua culpa è la storia di un crollo e della sua catarsi. Nasce di getto, piena di emozioni forti e contrastanti. Venivo fuori da una forte delusione e sentivo il bisogno di dire a me stesso che non serve a nulla accusarsi a vicenda durante un momento di crisi; è invece più utile prendersi le proprie colpe, superarle e provare a guardare un po’ più lontano della propria tristezza, per voltare pagina. La mia testa era piena di immagini forti che provai a buttare giù e a mettere in ordine dando vita alla canzone che è Tua culpa oggi. Vedevo questo spazio chiuso in un tempo senza tempo, come una stanza che sembra rimpicciolirsi sempre più, piena dei resti di un passato che continua ad incombere. Volevo trasporre tutto questo nel videoclip che avrebbe accompagnato la canzone e iniziai a buttare su carta pensieri da subito. L’idea del doppio piano di lettura mea culpa/tua culpa è forse stato il punto di partenza, sentivo di voler dar voce a due entità opposte di uno stesso caos interiore, in conflitto tra loro. L’occhio inquisitore del videoclip, con la sua evoluzione dall’inizio all’ultima scena, dà vita proprio a questo tipo di dualismo. All’inizio sembra essere la fonte dell’accusa e poi si rivela essere ciò che la subisce, come a chiudere un cerchio percorso nell’arco della stessa crisi.

Il tuo album d’esordio è stato registrato con tanti musicisti noti: come sono nate queste collaborazioni?
Intanto sono nate con i miei occhi fuori dalle orbite e il mio cuore fuori dal petto. Ho avuto la fortuna di poter scegliere con chi lavorare alle mie canzoni e, con l’enorme aiuto di Valter, ho sentito il bisogno di coinvolgere musicisti già vicini al mio mondo artistico. Ho imparato tanto da ognuno di loro e sono orgoglioso di averli nel mio disco. La loro esperienza è stata la mia scialuppa di salvataggio in più di un’occasione, in particolare in quei momenti di disorientamento e confusione che secondo me non possono non far parte di un processo creativo.

Quale sarà il filo conduttore del tuo album?
Questo disco si sarebbe potuto seraficamente chiamare “Io e l’altro, io e me stesso: due incidenti o forse uno solo”. L’immagine che mi tornava sempre in mente era quella di uno scontro tra due entità, un urto, una colluttazione, un improvviso ribaltamento degli equilibri, una sorta di incidente che di colpo, nonostante il dolore che provoca, ti fa cambiare diametralmente prospettiva sulle cose. Questo disco è l’analisi istintiva ma attenta di un incidente improvviso e di tutto ciò che comporta. Si tratta dell’incidente di cui siamo vittime quando succede qualcosa di importante con la persona che amiamo, all’inizio o alla fine di una storia, ma anche dell’incidente che ci travolge quando finalmente diciamo qualcosa di importante a noi stessi. L’accezione apparentemente negativa delle parole che sto scegliendo come scontro, urto, incidente, in realtà nasconde un livello di interpretazione tutt’altro che negativa. Mettere in discussione certezze ataviche è sempre doloroso ma può portare a scenari completamente imprevedibili e gravidi di nuove possibilità. Ho scelto Tua culpa come singolo proprio perché rappresenta al meglio questo tipo di pensiero. Forse lo dico più di quanto dovrei ma sono veramente elettrizzato per l’uscita di questo disco e non vedo l’ora di condividerlo con tutti.

Cosa pensi dei talent show?
Penso che siano una strada. Ogni epoca ha i suoi mezzi, i suoi strumenti e le sue strade e credo che, nel bene e nel male, nella nostra epoca i talent show siano una delle possibili strade da percorrere per iniziare una carriera nel mondo dello spettacolo. In passato ho partecipato ai casting di più di un talent show e tornassi indietro lo rifarei. Una volta aspettai in una fila da olocausto qualcosa come quattordici ore e mi annoiai talmente tanto che scrissi una canzone su quella situazione. I discorsi dei ragazzi in fila con me, le cose che vidi e sentii mi divertirono talmente tanto che finirono in versi. Mi sentivo un po’ un alieno, mi veniva da ridere e spalancavo gli occhi dinanzi a fiumi di ragazzini più che convinti che quello fosse l’unico modo in assoluto per fare della musica il proprio lavoro. So che non è così, i talent show non sono l’unica strada, ma non si può negare che siano comunque una strada. Questa è la riflessione più importante che feci in quella circostanza e che mi porto dietro sempre. Indipendentemente da questo piccolo episodio, trovo che il rischio più grande di fare di un talent show il primo gradino della propria carriera artistica sia la perdita di quella fetta (grande) di pubblico ancora troppo legata all’idea che un talent show possa sfornare soltanto artisti poco validi e i cui progetti discografici si reggano in piedi sostenuti da disperate logiche di mercato e non da quella fiamma che ci si accende dentro quando ascoltiamo una canzone che ci fa impazzire. Non credo che questo pubblico vada del tutto biasimato, ma trovo che fare di un sospetto una convinzione che diventa presto un pregiudizio sia sbagliato in assoluto, sempre. Per quanto riguarda me in particolare, non nascondo che mi piacerebbe tanto scrivere canzoni per un talent show, mi divertirei alla follia.



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