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Kurt Cobain: Montage of Heck – la recensione

Poco più di 21 anni fa, il 5 aprile del 1994, il leader dei Nirvana Kurt Cobain decise di uccidersi, dopo un periodo di depressione e tossicodipendenza durato troppo a lungo. Sulle spalle il peso di essere diventato più di quello che lui avesse mai sperato, e la responsabilità di esserci riuscito senza forse averlo voluto mai veramente. Il regista Brett Morgen spolvera filmati di famiglia, diari, registrazioni audio, lettere e presenze della vita di Kurt Cobain e ci mostra come fosse non solo un esempio vivente di come le cose stavano andando all’interno dell’universo musicale, ma anche di quanto la sua vita fosse il crogiolo di malesseri e timori tipici di un’epoca e di una nazione. Montage of Heck inizia dai filmati di un piccolissimo Kurt Cobain che, a poco più di due anni, poteva già vantare ore e ore di riprese delle sue giornate, registrate dai genitori Donald e Wendy. Un America di provincia ricca, in cui un meccanico e una barista potevano permettersi una bella casa e una cinepresa (nonchè un figlio), ma a tratti anche disfunzionale in quella maniera tutta americana: quando i genitori di Kurt si lasceranno, per lui inizierà un cammino nella sofferenza che non lo abbandonerà mai, un dolore che diventava spesso fisico, che gli procurava forti mal di pancia dei quali non fu mai in grado di liberarsi, se non quando suonava: quello era il suo Nirvana, il suo momento felice. La scuola non andava, il lavoro neanche, la famiglia lasciamo perdere: nei suoi diari Kurt annotava ogni cosa, disegnava quello che aveva intorno e facendo un numero infinito di liste cercava di mettere in ordine – almeno nel suo diario privato – quel delirio che lo circondava. Brett Morgen dà vita – letteralmente – a quegli appunti e scarabocchi: anima quelle scritte riuscendo a riportare in vita Kurt, lo disegna seduto a casa sua con la chitarra e un registratore, mentre butta giù quegli accordi che qualche tempo dopo saranno sulla bocca di tutti gli adolescenti del mondo. Recupera i filmati di famiglia (tanti, quasi troppi), quelli privati con Curtney Love, compagna di vita e di vizi, e con la piccola Frances Bean, la figlia dei due che, come titolavano i tabloid, era “nata tossicodipendente”. E poi interviste a chi lo conosceva meglio: i genitori, la sua ex ragazza, la stessa Curtney Love, il co-fondatore e bassista dei Nirvana Krist Novoselic; grande assente è Dave Grohl, batterista e ora frontman dei Foo Fighters. È stato intervistato anche lui, ma non c’è stato tempo per inserire i suoi interventi in fase di montaggio. La HBO fa le cose in grande, e Frances Bean aiuta diventando produttrice. Forse 135 minuti rendono il documentario invitante solo per i fan, ma in realtà Montage of Heck è un viaggio in un periodo che ha inciso molto a livello artistico e sociale, l’epoca in cui le apparenze sono cadute insieme ai miti, in cui un ragazzo con la passione per l’hard rock e l’odio per l’ideologia reaganiana così piena di  omofobia, sessismo, consumismo, discriminazione, razzismo riuscirà a dare a una generazione tanta passione quanta è la rabbia che sente dentro. Del tutto contrario a divenire un’icona, Kurt Cobain lo è diventato in più di un senso: mito pop, rabbiosa bestia da palco, bello e dannato, martire. Forse lui stesso, che non riusciva neanche a guardare negli occhi chi lo intervistava, non avrebbe gradito tale celebrazione. Ma non è (solo) lui che si “celebra” in Montage of Heck, nè (solo) la sua musica, nè (solo) la sua vita. Ma un passato che chi l’ha vissuto in prima persona – la generazione X – e chi l’ha solo sfiorato, non può non ricordare con serena nostalgia.

Kurt Cobain: Montage of Heck uscirà solo per due giorni, il 28 e il 29 aprile, in cinema selezionati.

 



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