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HUMANDROID, LA RECENSIONE

Tra qualche anno Johannesburg sarà il teatro di una svolta epocale: ad aiutare i poliziotti in carne e ossa durante le loro missioni nei quartieri più ‘difficili’ ci saranno androidi programmati per riportare l’ordine nella maniera più efficace possibile. Il giovane Deon Wilson (Dev Patel) è la mente dietro a questo progetto e, non bastandogli la soddisfazione di aver creato dei bambolotti di titanio semi-consenzienti, si spinge oltre e arriva all’obbiettivo di una vita: la creazione di una vera e propria intelligenza artificiale, capace di imparare, provare sentimenti e migliorarsi da sola. Usando un androide della polizia dimesso crea CHAPPiE: cuore di bambino, curiosità di gatto, antenne/orecchie da coniglio di titanio. Deon e la sua creatura vengono però rapiti da NINJA e ¥O-LANDI, due ex-musicisti che conducono una vita da gangster per sbarcare il lunario. E se questo non bastasse, il collega di Deon, Vincent (Hugh Jackman), non vede l’ora di mettere per le strade la sua tremenda quanto inutile (e brutta) creatura da guerra, Il MOOSE, dispensatrice di distruzione radiocomandata: il delirio è alle porte.

Anche questa volta Neill Blomkamp attinge a piene mani dal suo passato: il suo corto Tetra Vaal del 2004 è stato la base per la costruzione della storia, come già Alive in Joburg fu la base del suo primo film District 9. Ma se in District 9 Blomkamp aveva dato prova di buone capacità di gestire una storia prima come sceneggiatore e poi come regista, in Humandroid le grandi idee avute in fase di scrittura fanno fatica a stare insieme. Geniale a livello grafico, con un design di set e personaggi che unisce il post-punk ai colori lisergici della cultura rave (i Die Antwoord hanno dato una mano, e si vede), l’ultima pellicola di Blomkamp finisce in un vortice di colorata caciara dai sapori vari tra cui: rallenty anni ’90, esplosioni fragorose, poderosi urli e un robot che non può non essere ricondotto a un incestuoso incrocio tra Robocop e Numero 5 di Corto circuito. Non per forza un male – il giovane pubblico di YouTube e co. saprà fare i conti con quel delirio da mash-up meglio di chiunque altro – ma il sapore amaro di un’occasione sprecata rimane. Non addolcito dalla trasposizione in lingua italiana. A partire dal titolo (che da un tenero CHAPPiE della verisione originale arriva a un atroce HUMANDROiD che sa di morte e distruzione – ma perché?) fino ai dialoghi, che purtroppo non riescono a ricalcare quella asprezza musicale dell’inglese del Sudafrica macchiato dalle inflessioni Afrikaans che caratterizzano ancora di più il robot nei suoi momenti gangster. Il messaggio arriva (nasciamo tutti buoni, ma se non facciamo attenzione è un attimo che diventiamo dei bastardi) peccato sia frammentato in un caos difficile da interpretare. Provaci ancora, Neill!



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