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Antonello Altamura: “Vi presento Hitchcock e quei bravi ragazzi di Hollywood”

I film di Hitchcock col tempo hanno precorso la realtà come fosse un veggente. Situazioni in bilico, omicidi seriali, ribellioni della natura, bionde affascinanti ma crudeli, uomini attraenti ma avidi e forse pazzi. La crudeltà dei ricchi ma anche la paura del terrorismo e persino della propria madre. Hitchcock nel 1937 nel film Sabotaggio parla di una realtà straniera che sabota Londra. In Notorius tratta di uranio impoverito, prima del disastro di Hiroshima. I suoi attori somigliavano troppo nella vita ai ruoli che lui gli assegnava. Antonello Altamura ha creato un’indagine accurata e ironica sul circo di Hollywood e sul suo genio più misterioso, e insuperato. Il libro è già in ristampa per la Diamond Editrice e si intitola Hitchcock e quei bravi ragazzi di Hollywood.

Poteva essere il cineasta un medium? Nessuno credo si stupirebbe…
Sicuramente godeva nell’indagare freddamente l’animo umano e scavarlo fino a far sputare ai suoi attori le loro verità: opportunismo, veleno, psicopatologia, avidità. Spesso la vita privata degli attori di Hitchcock prendeva l’inquietante piega dei film del maestro. Ma perché?

Perché Hitchcock ?
Credo che sia paragonabile ad un Leonardo da Vinci del secolo scorso, un costruttore di immagini e di personaggi che sono diventati oggetti dell’immaginario collettivo tra bellezza e il baratro della follia. La paura è stata la sua chiave per entrare nel cinema dal suo primo film sonoro Il pensionante. La paura ha sempre circondato la sua figura: sul set e nella vita. Hollywood è stato il suo Olimpo e non è mai più stato cosi ambiguo e crudele come ai suoi tempi. Lui e i suoi attori avevano tantissimi misteri alle spalle. Sentivo che bisognava conoscere il suo mondo per capire i suoi film.

Qual è il fil rouge del tuo libro?
La maschera. Quando una star è vicina o lontana alla maschera che usa per presentarsi al pubblico? A volte un ruolo conquista il pubblico perché è talmente aderente all’interprete diventando una confessione sulla propria vita o sui pezzi della propria vita. Lui poteva essere un gentleman o un tiranno; i suoi attori erano personalità abbaglianti e veramente interessanti. Cary Grant, Ingrid Bergman, Grace Kelly ma anche Anthony Perkins, l’indimenticato Norman di Psyco.

Che spazio ha la letteratura nella società moderna?
Poco e nulla oggi in Italia. Se pensiamo a Moravia, a Calvino o a Pirandello capiamo perché eravamo il quinto paese più importante del mondo. Oggi in libreria si vendono sempre più testi sulla cucina e sul make up di blogger. Le case editrici importanti scartano testi troppo impegnativi a favore di manuali per saper far tutto rimanendo in superficie. Sono le piccole che lottano davvero per la cultura. In Francia ci sono autori che scavano personaggi e situazioni difficili come Simon Liberati. Studiando le icone si studia la società e i bisogni che le stesse creano. Il cinema, spesso, anticipa la realtà, anche quella più cruda.

Qual è la parte che senti più forte del libro?
La parte di indagine sui miti di Hollywood: le sofferenze di Cary Grant e Anthony Perkins; la forza di Kim Novak di ribellarsi per non diventare una nuova Monroe. La pericolosa tendenza alla perfezione di Grace Kelly. E poi, i capitoli che parlano delle delusioni umane di tutti questi esseri fragili come tutti al di là del loro mito: come se i film di Hitchcock avessero la maledizione beffarda di anticipare o svelare le sofferenze della loro vita.

A chi dedichi questo tuo libro?
A mia madre e alla bellezza della sua anima e ai miei amici che sono i custodi delle mie fragilità.



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