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A Roma “Il Tango del Gaucho” appuntamento della rassegna Unum a cura di Francesco Gallo Mazzeo

Buenos Aires 5 dicembre 1998. In una strada vicino Plaza de Mayo Andrea Attardi fissa nel suo obiettivo quest’immagine dell’Argentina: un gaucho che avanza.
Il 5 dicembre è una data particolare, poiché ricorre la Festa Nazionale del Gaucho (Cowboy) che si tiene in Plaza de Mayo. L’autore non sceglie di fotografare la piazza gremita di cavalli e cavalieri, ma decide di darsi «inconsapevolmente un appuntamento con queste persone 1» nelle vie limitrofe a Plaza de Mayo; sono calles che ospitano uffici pubblici e altre sedi del potere rimaste chiuse in quel caldo sabato pomeriggio.
Ma se questa è la storia dell’origine dello scatto, ci si chiede: in che modo l’autore rappresenta l’Argentina in questa fotografia? Quale immagine ha voluto fissare nella propria mente e in quella degli osservatori?
Non un’immagine trionfalistica o drammatica dell’Argentina di quegli anni, ma un’immagine discreta, parziale, un dettaglio nascosto e defilato rispetto agli stereotipi visivi. Alle folle di gauchos che in quel momento affollavano la piazza principale, Attardi contrappone la visione di un particolare della realtà, una verità nascosta dietro un angolo di città.
Il risultato è l’immagine di un gaucho, quale retaggio delle antiche tradizioni argentine. Si notino i dettagli: la corda attorcigliata intorno alla sella che rimanda alle pratiche di allevamento del bestiame nelle sterminate distese del Sud America; la postura sicura, fiera, quasi teatrale del mandriano con il fazzoletto stretto al collo che conduce con destrezza il suo prezioso animale mentre fuma una sigaretta; l’aspetto «taciturno, ombroso, solitario 2» che traspare dal viso dell’uomo.
Se l’immagine del gaucho è un esplicito rimando all’Argentina, è pur vero che vi sono altri particolari da osservare con attenzione. Innanzitutto il centro della fotografia che coincide con la finestra chiusa, come un impedimento visivo, un non poter o non voler guardare al di là di quel muro che circoscrive gli spazi del potere. È dunque in superficie che viene ricondotto lo sguardo, verso quel raffinato tessuto geometrico formato dalle finestre, dalle ombre che replicano le forme architettoniche, dalle linee dei binari che s’incrociano sulla strada, ma anche verso la scritta “Vietato affiggere cartelli” che campeggia sui muri e rimanda alla cultura linguistica dell’Argentina.
E poi ancora verso la sinistra dell’immagine per fissare quella coppia di persone che cammina coprendosi il volto dal sole accecante: l’unico dettaglio enigmatico dell’insieme, quello che lascia sospesi e desiderosi di sapere, di immaginare quale occasione sia stata fermata in quell’istante. Si stanno rincorrendo o stanno litigando? Forse i due non si conoscono neppure.
Ma qual è dunque il senso complessivo della fotografia? Non credo vi sia un solo significato profondo relazionato all’immagine, ma al contrario ve ne sono molteplici. Il gaucho è sì una citazione poetica dell’Argentina, ma c’è qualcos’altro che fa riflettere ed è il senso di nostalgia che traspare dall’immagine, la nostalgia per il glorioso passato in cui i gauchos rappresentavano l’emblema dell’Argentina; è l’interesse per i dettagli minuti del mondo; è la «geometria dei vuoti 3» racchiusa nell’immagine, quei vuoti di cui parla Sergio Troisi nel libro di Attardi Breviario Siciliano.
Nonostante infatti l’elemento umano sia predominante, l’immagine si risolve nel silenzio delle forme, nell’equilibrio delle geometrie. È come se si potessero sentire i passi del cavallo e dei viandanti lontano dal caos metropolitano, quel caos urbano e visivo che nella poetica di Attardi è presenza discreta, sfuggente dell’uomo. Come nelle immagini scattate in Sicilia l’autore racconta, attraverso dettagli significanti, la storia di una società.

Mercoledì 25 ottobre (mostra aperta sino al 14 novembre 2017), alla Bibliothè Contemporary art inaugura il secondo appuntamento della seconda rassegna di Unum a cura di Francesco Gallo Mazzeo Il Tango del Gaucho”. Un’opera unica di Andrea Attardi, co testo di Margherita Recupero e con il coordinamento di Enzo Barchi.
Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – […] nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.”

1 Andrea Attardi in conversazione con Margherita Recupero, 10 ottobre 2017
2 Andrea Attardi, Buenos Aires ora zero. La capitale argentina mai raccontata, Desiderio & Aspel, Roma, 2003, p. 44
3 Sergio Troisi, in Andrea Attardi, Breviario siciliano, Postcart, Roma, 2012, p. 110


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